LO STATO ATTUALE E LE PROSPETTIVE DI COLLABORAZIONE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

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Di seguito condividiamo con i nostri lettori il discorso che il Presidente della Camera di Commercio Italo-Russa Rosario Alessandrello ha tenuto in data 2 marzo presso la sede del Centro Italo-Russo RANEPA a Mosca, in occasione della Master Class sul tema “Lo stato attuale e le prospettive di collaborazione tra le piccole e medie imprese russe e italiane”.

 

“Lo stato attuale e le prospettive di collaborazione delle piccole e medie imprese”
di Rosario Alessandrello – Presidente della Camera di Commercio Italo-Russa

 

Il pianeta è diventato globale in seguito all’esplosione dei mezzi di comunicazione e vede raddoppiare le proprie conoscenze ogni 2-3 anni; agli inizi del secolo scorso ciò avveniva circa ogni 100 anni.

Il 70% delle attuali conoscenze e informazioni è in rete e più conosciamo, più velocemente creiamo nuovo conoscenze.

Entro i prossimi otto anni avremo una popolazione mondiale di circa 8 mld di persone e circa 50 mld di apparati in rete (computer, telecamere, monitoraggi per la sicurezza, la salute o controllo energetico dei nostri elettrodomestici; ma anche sensori e sofisticati laboratori per il monitoraggio diversificato del traffico o dell’ambiente); cioè una media di 6,25 apparati per ogni abitante del pianeta.

Ciò che emerge con forza è la consapevolezza che tutti i cittadini, e in particolare le nuove generazioni, si troveranno ad affrontare problemi e sviluppi della società e della propria vita enormemente più complessi di quanto mai avvenuto in passato.

Proprio l’informazione è fortemente suscettibile di una sempre maggiore sofisticazione (il che può essere positivo) ma risulta anche essere manipolata, artefatta e fuorviante.

L’identità di un Paese dipende da molti elementi: storico-culturali, costituzionali-istituzionali-sociali-civili ed economici. In questa sede interessano gli elementi economici che in Italia come in Russia hanno due aspetti macroeconomici: quelli di economia finanziaria, pubblica e privata e quelli di economia reale e industriale delle imprese.

In questa circostanza come si trovano i due Paesi (Russia e Italia) che a noi interessa esaminare?

 

LE PMI IN ITALIA

Contrariamente a un’opinione “superficiale”, l’Italia è uno dei paesi più competitivi al mondo con una straordinaria posizione di leadership nel commercio mondiale. Questo è riconosciuto dal Trade Performance Index (TPI) che viene compilato ogni anno da UNCTAD/WTO’S International Trade Centre. Questo indice pone l’Italia al secondo posto in Europa (subito dopo la Germania) nella classifica relativa alla competitività del commercio internazionale, basato sull’analisi dei 14 macrosettori nei quali è diviso il commercio internazionale, esclusi i settori oil&gas e materie prime.  Sono stati presi in esame 932 prodotti in termini di “Foreign Trade Surplus” e l’Italia occupa la 1^ posizione per 235 prodotti (con un totale positivo di 56 mld di $ di surplus nella bilancia commerciale); la 2^ posizione per 376 prodotti (con un surplus di 68 mld di $); la 3^ posizione per 321 prodotti (con un surplus di 53 mld di $).

Soltanto tre paesi (Cina, Germania, USA) hanno risultati migliori dell’Italia nel mondo e soltanto cinque paesi (i tre precedenti, più Giappone e Sud Corea) superano per l’export un surplus della bilancia commerciale superiore all’Italia. Questo dimostra la profonda trasformazione che il Made in Italy ha operato negli ultimi anni. Infatti, il manifatturiero italiano nell’export si è affermato non solo nei settori tradizionali quali la moda, l’arredo e i prodotti alimentari, ma anche nella mechanical engineering e altri settori, come quello farmaceutico in rapido sviluppo, e l’imballaggio.

Sul territorio italiano ci sono 4 milioni di imprese, in prevalenza piccole e medie: nessun’altro paese europeo conosce una realtà simile. Ci sono 3 mila fondazioni, quasi 250 mila soggetti non profit variamente definiti, oltre 200 distretti produttivi. È facile comprendere che una tale complessità di soggetti operanti nel nostro territorio dev’essere fortemente valorizzata dal territorio stesso. Il nostro è un paese reticolare e proprio tale caratteristica lo sottrae palesemente ai principi del liberismo puro o alle caratteristiche del dirigismo francese.

La forza del sistema produttivo italiano si trova soprattutto nelle piccole e medie imprese (PMI) e nei distretti industriali. È stato evidenziato che nelle PMI e nei distretti si svolgono quelle specializzazioni manifatturiere di eccellenza che consentono all’Italia di detenere significative posizioni di leadership a livello internazionale e di generare un consistente saldo commerciale attivo con l’estero. In particolare, il settore manifatturiero si basa su quelle che si possono definire come le “4 A” del Made in Italy: abbigliamento-moda, arredo-casa, automazione-meccanica e agroalimentare.

Nei settori delle “4 A” l’Italia presenta di gran lunga il miglior saldo commerciale attivo con l’estero tra i paesi dell’OCSE per ciò che riguarda il saldo commerciale complessivo dei manufatti industriali.

Desidero inoltre affermare che la CCIR, nei suoi oltre 50 anni di attività, fondata nel 1964 come prima Camera di Commercio che la URSS fece con un paese occidentale, ha sempre accompagnato le imprese italiane prima in URSS e poi nella Federazione Russa a sviluppare l’interscambio fra i due paesi cercando di superare sempre i momenti di difficoltà in ambito politico che ci sono stati durante il percorso.

La comunità d’affari italiana ha operato guardando al medio e lungo periodo evitando di lasciarsi condizionare il più possibile dal clima politico del momento. Infatti, negli ultimi due anni le imprese italiane non hanno abbandonato il mercato russo ma anzi, diverse stanno cercando partner e regioni dove localizzarsi in Russia. L’interscambio commerciale italo-russo ha una storia che viene da molto lontano, non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità e può continuare a svilupparsi sia oggi che in futuro in un mercato russo che intende sviluppare una sua industria manifatturiera competitiva.

In Italia esiste l’osservatorio PMI, che analizza oltre 40mila imprese italiane manifatturiere e dei servizi. Il primo elemento che emerge è che tali imprese sono state in grado, da un lato di aumentare il valore della produzione (media del +13,4% nel periodo 2010-2014), dall’altro di abbassare il proprio indebitamento e aumentare il flusso di cassa. Non solo, il reddito operativo è cresciuto, nello stesso periodo, ad un tasso annuo del 32,9%. Ciò significa che sono state capaci, a fronte di una domanda stabile, di aumentare significativamente le proprie quote di mercato rimanendo, tra l’altro, focalizzate nella propria area di business (86% delle aziende coinvolte).

Questo testimonia che le imprese eccellenti sono in grado di avere una crescita solida e consolidata nel tempo. Ma, una volta cresciute al massimo livello nel proprio ambito e territorio, quali sono le strategie di crescita più valide?

Il 47% degli imprenditori ha dichiarato di essere disposto a valutare progetti di apertura del capitale per proseguire il proprio percorso di crescita. L’84% ritiene le operazioni di acquisizione un’opzione interessante come strategia per il rafforzamento competitivo, tanto che il 51% ha dichiarato di essere intenzionato ad effettuarne una nei prossimi anni.

Ciò significa che, una volta che l’azienda eccellente cresce grazie alla conquista di quote di mercato, la scelta di una possibile operazione di M&A viene vista come una naturale prosecuzione di un progetto di sviluppo ben definito. Non è mai una scelta subita ma è una scelta auspicata.

Ritengo significativo che la metà delle aziende eccellenti abbia dichiarato di essere disposta a valutare progetti di apertura del capitale per proseguire nel percorso di crescita. Ma non solo finanza, per crescere è altresì fondamentale giocare la carta dell’innovazione e dell’internazionalizzazione e sarebbe auspicabile che proprio le nostre PMI eccellenti supportassero più attivamente la rete di start-up italiane, sia di matrice industriale che universitaria, dalle quali poter ricevere un significativo contributo in termini di innovazione.

Dall’analisi dell’osservatorio, emergono linee guida che accomunano le “eccellenti”: investimenti importanti e in crescita rispetto al passato (89% delle imprese) soprattutto per quel che concerne lo sviluppo della gamma di prodotti e servizi (53%) con la previsione di una crescita ulteriore nei prossimi tre anni, internazionalizzazione costante che avviene per il 55% in modalità diretta e strutturata attraverso Joint Venture e filiali commerciali. Ciò significa che c’è stato un forte mutamento nel concetto d’internazionalizzazione: prima significava andare a produrre in loco, delocalizzare, oggi significa soprattutto internazionalizzazione complessiva delle risorse, tecnologie e capitali.

Sul fronte dell’innovazione circa il 50% delle aziende consultate ha richiesto la registrazione di brevetti (in media 11) nel corso della propria storia e, mediamente, le “eccellenti” investono in innovazione circa il 5% del proprio fatturato.

L’Italia fa parte dell’Europa, la quale vive un conflitto profondo tra due dei principali pilastri su cui si è poggiata la sua esperienza politica e sociale a partire dal secondo dopoguerra: l’integrazione economica e lo stato sociale.

L’UE ha il 7% della popolazione mondiale, il 25% del reddito mondiale e il 50% della spesa per il welfare state mondiale.

Trovare una sintesi tra integrazione e crescita economica da un lato e solidarietà dall’altro, è la chiave di volta per una soluzione duratura della crisi che attanaglia le società europee da quasi un decennio.

In Europa la maggior parte della nuova occupazione è creata da imprese di nuova fondazione. Tra il 2002 e l’inizio della crisi economica nel 2009, le PMI hanno creato ogni anno oltre 1.1 milioni di posti di lavoro in Europa (oltre l’85% dei nuovi posti di lavoro complessivi). Di questi, oltre tre quinti sono stati creati da imprese con meno di cinque anni di vita e, in particolare, da imprese che operano nel campo dei servizi (27% sul totale). Anche tra il 2009 e il 2014, nonostante la crisi e l’aumento della disoccupazione di tre punti percentuali in Europa, le PMI hanno creato quasi 2 milioni di nuovi posti di lavoro.

Sfidando lo status quo i nuovi imprenditori favoriscono la trasformazione dei modelli produttivi e le soluzioni tecnologiche, trasferendo risorse e capitale umano verso i settori più competitivi dell’economia. Un recente studio dell’OCSE condotto su 23 paesi dimostra che c’è una stretta relazione tra il tasso di ingresso e uscita di nuove imprese e il livello di produttività complessivo dell’economia. Una società dinamica ha quindi un assoluto bisogno di una forte cultura imprenditoriale e di un ecosistema di supporto strutturato ed efficiente che ne favorisca lo sviluppo.

Nonostante i primi segni di ripresa, l’Italia soffre ancora un altissimo tasso di disoccupazione che è cresciuto dal 6,8% al 12,7% tra il 2008 e giungo 2015, con picchi oltre il 40% tra i giovani tra i 18 e i 24 anni.

Per uscire da questa crisi l’Italia ha bisogno di una rivoluzione culturale. Piuttosto che “cercare un lavoro”, le nuove generazioni devono entrare nella prospettiva di “crearsi un lavoro”. Purtroppo, ad oggi, in Italia solo il 5% degli imprenditori ha meno di 40 anni, mentre ben il 20% ha più di 70 anni.

Nel corso del 2014 il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), il Ministero per lo Sviluppo Economico (MiSE) e Banca d’Italia hanno avviato la missione “Finanza per la Crescita” al fine di potenziare gli strumenti di accesso al finanziamento delle imprese, soprattutto piccole e medie, e superare così le difficoltà che ostacolano il rilancio degli investimenti privati.

Una delle principali aree di debolezza del tessuto imprenditoriale del nostro Paese è la forte dipendenza dal sistema bancario: la parte preponderante dei debiti finanziari in Italia è erogato da istituti bancari.

Una seconda grande area di criticità risiede nella dimensione media delle imprese italiane che risulta decisamente inferiore rispetto agli altri Paesi europei. Basti pensare che la contribuzione al fatturato delle imprese con ricavi minori di 200 milioni di euro è pari a circa il 48% per l’Italia, contro il 21% del Regno Unito o 18% della Germania. Le dimensioni delle imprese italiane ne limitano la complessità: le aziende di maggiori dimensioni investono di più e sono mediamente più performanti.

Inoltre, le grandi imprese hanno altri vantaggi competitivi poiché presentano:

  • Maggiore capacità di servire i mercati esteri
  • Maggiore efficacia nello sviluppo di canali di vendita alternativi
  • Maggiori risorse da dedicare alla Ricerca & Sviluppo
  • Maggiore capacità finanziaria.

In sintesi: maggiore probabilità di sopravvivere nell’arena mondiale competitiva.

 

LE PMI NELLA FEDERAZIONE RUSSA

Nel formulare le previsioni per gli anni 2017-2018 gli specialisti della Banca Mondiale hanno ammesso che i prezzi delle materie prime e delle principali merci dell’export russo saranno in futuro superiori a quelli previsti dal governo. Malgrado questo non si prevedono rilevanti conseguenze ed effetti dell’andamento dei prezzi sulla qualità e sulla dinamica della crescita economica in Russia nei prossimi due anni, poiché in questo periodo mancheranno ancora le riforme strutturali e istituzionali necessarie. La Russia è entrata nel 2017 con condizioni piuttosto favorevoli, create innanzitutto dal trend positivo del settore petrolifero e dai progressi dell’agricoltura, leader dell’economia per la maggiore crescita nel 2016.

Anche la produzione industriale nel 2016 è aumentata dell’1.1% su base annua dopo il suo calo del 3.43% nel 2015. Si prevede che nel 2017 l’industria tessile e le produzioni chimiche aumenteranno non meno del 4% su base annua.

7.5 miliardi di rubli saranno stanziati dal bilancio federale 2017 per sostenere le piccole e medie imprese, comprese quelle aperte da giovani imprenditori. Questo sostegno viene garantito dal 2005. Nel 2014 il governo ha stanziato 20 mld di rubli pe le PMI; negli anni successivi però il sostegno è notevolmente diminuito.

Attualmente in Russia operano 5,7 milioni di PMI, di cui solo circa 200.000 imprese ricevono un sostegno da parte delle strutture statali.

Al fine di aumentare la crescita economica il governo punta, in particolare, sull’incremento delle esportazioni. Tuttavia, come hanno accertato in particolare gli auditor della Corte dei Conti federale, la Roseximbank, principale strumento finanziario del sostegno all’export, lavora in modo inefficiente. La Corte intende consigliare al CdM di sospendere l’aumento della capitalizzazione della suddetta banca nel 2017.

Si rileva che tra gennaio e settembre 2016 il volume di tutte le esportazioni dalla Russia è ammontato a $200 mld, ovvero, $54 mld in meno (-21%) su base annua, e che il risultato definitivo del 2016 non supererebbe i $275 mld. Si ritiene che “per le compagnie esportatrici il 2016 potrebbe essere stato l’anno peggiore dell’ultimo decennio”. D’altronde, molti settori, dall’agricoltura, all’industria petrolifera, al turismo, dispongono di un considerevole potenziale per aumentare le esportazioni.

L’export, di qualunque tipo e a ogni livello, rappresenta il più potente propulsore della crescita economica.

Le Società nel cui capitale sociale gli investitori stranieri rappresentino più del 49% potranno mantenere lo status di piccola e media impresa (PMI). Potranno quindi fruire di tutte le agevolazioni previste per tale categoria. Come ha raccontato l’ufficio stampa del Ministero per lo Sviluppo Economico alle “Izvestija”, tale dicastero ha preparato in merito un progetto di legge. Il Ministero ha anche precisato che questa iniziativa ha per obiettivo quello di attrarre investimenti supplementari nell’economia russa e di formare nuove catene tecnologiche.

“Recentemente lo Stato ha fatto molto per sostenere le PMI: sono state introdotte le agevolazioni fiscali, le sovvenzioni, i finanziamenti a tasso agevolato, è all’opera un intero ente di sostegno alle piccole e medie imprese; tuttavia, le società con quota straniera di partecipazione al capitale sociale superiore al 49% non avevano accesso a tali agevolazioni”.

Nel 2016 è stato concesso agli enti locali di poter introdurre nei rispettivi territori, per i contribuenti dell’IUEA (imposta unica sulle entrate attribuite) e del SSIF (sistema semplificato di imposizione fiscale), delle aliquote d’imposta ancor più basse di quelle previste per tali regimi. Ossia, per l’aliquota d’imposta relativa all’IUEA potrebbe essere ridotta dal 15 al 7.5%, e quella del SSIF dal 6 all’1%.

Inoltre, presto le PMI avranno la possibilità di essere quotate alla borsa di Mosca e di avere conseguentemente dei crediti a tasso agevolato. Le piccole e medie imprese possono usufruire di prestiti a tasso ridotto anche nell’ambito del programma “Sei e mezzo”, che prevede un interesse fisso per prestiti con importo non inferiore ai dieci milioni di rubli in una forchetta del 9.6-10.6% annuo a seconda delle dimensioni aziendali.

Secondo il MSE questa modifica legislativa contribuirà a un maggiore coinvolgimento degli stranieri nelle PMI e ad attrarre gli investimenti stranieri, che però sottolinea come sia necessario introdurre un sistema di identificazione per confermare lo status di una figura giuridica esterna come soggetto di PMI. È importante far sì che siano i piccoli imprenditori, e non le grosse società, a poter fruire di queste agevolazioni.

Per questa ragione, il MSE propone di studiare l’ipotesi di introdurre questo meccanismo nell’ambito della CCIAA della FR. È allo studio inoltre l’eventualità di conferire alla CCIAA il mandato di presentare, in seno all’UFN (ufficio fiscale nazionale), l’elenco di quelle società i cui fondatori siano queste figure giuridiche straniere, per poi introdurre le relative informazioni nel registro unico dei soggetti PMI.

Si ritiene che questa iniziativa contribuirà ad aumentare il ruolo della CCIAA a cui si prevede di affidare tali nuove competenze.

Si è anche convinti dell’importanza di incentivare la partecipazione dei capitali stranieri alle attività imprenditoriali russe, e non solo per i capitali come tali, ma anche perché questo favorisce l’introduzione delle tecnologie d’avanguardia nelle società russe e l’incremento dell’efficacia del business.

“In Russia esiste un’economia aperta e una libera concorrenza quindi è giusto ammettere i capitali stranieri nelle PMI russe”.

Il mercato delle innovazioni tecnologiche: attualmente la quota della produzione tecnologica russa sul mercato mondiale dell’innovazione non supera il 2%. Per cambiare l’attuale situazione insoddisfacente è necessario risolvere i principali problemi e bisogni del mercato tecnologico russo: deficit di personale qualificato; difetti della legislazione attuale che non prende in considerazione le condizioni d’attività specifiche di molte aziende; accesso difficile a tutte le risorse finanziarie, ingegneristiche e tecniche, ecc.

Dalle analisi fatte fino a questo punto sullo stato delle PMI presenti in Italia e in Russia, ci troviamo di fronte a due realtà completamente diverse: le PMI in Italia sono il punto di forza dell’economia industriale ma per continuare ad essere nelle prime posizioni a livello mondiale hanno bisogno di una maggiore diffusione della digitalizzazione e soprattutto che le istituzioni di Governo in Italia siano riformate e semplificate; mentre le PMI in Russia sono una realtà in divenire e sono oggetto d’attenzione delle istituzioni governative e delle amministrazioni locali, la digitalizzazione delle quali è ancora lontana, escluso qualche settore come l’agroalimentare.

 

CONCLUSIONI

Non possiamo trarre delle conclusioni senza accennare alla quarta rivoluzione industriale, la cosiddetta “Industria 4.0”. Il termine è sempre più centrale nel dibattito economico, sociale e politico, nazionale ed internazionale. Esso si riferisce all’applicazione delle tecnologie digitali al settore manifatturiero. Tale dibattito ruota attorno ai cambiamenti nei modelli di business, di produzione e di organizzazione del lavoro abilitati da tecnologie digitali, nonché al loro impatto su creazione di valore, produttività e occupazione.

Gli esperti sono concordi nel definire il fenomeno come la “quarta rivoluzione industriale”, connotando in questo modo la magnitudine e la significatività dei cambiamenti ad esso connessi.

L’Unione Europea ha compreso la portata dell’Industria 4.0 e ha attivato misure di policy e fondi dedicati per far sì che il continente non si trovi impreparato o spiazzato dalla concorrenza internazionale.

Anche il Governo italiano ha di recente posto al centro della propria agenda di governo il tema: nel luglio 2016 il Ministro dello Sviluppo Economico ha presentato un’indagine conoscitiva sui modelli applicativi del paradigma Industria 4.0 al tessuto imprenditoriale italiano e ha annunciato l’inclusione, all’interno della prossima Legge Finanziaria, di un importante piano di investimenti per favorire la digitalizzazione delle imprese italiane.

Il settore industriale manifatturiero è stato per secoli il fulcro produttivo dell’Europa. Questo fino all’avvento della terziarizzazione, nella seconda metà del secolo scorso, quando il settore industriale ha – a poco a poco – perso peso all’interno di diverse economie europee, lasciando il posto a servizi che proprio al settore industriale rimangono comunque legati a doppio filo.

Si consideri che, mentre nel 2000 il contributo del settore manifatturiero al Valore Aggiunto dell’Unione Europea era pari al 18.8%, quattordici anni dopo tale percentuale era scesa al 15.5%.

Il settore manifatturiero europeo sta perdendo importanza anche a livello globale: nel 1995 il peso delle esportazioni di prodotti manifatturieri europei sul totale mondiale era pari al 31%, mentre nel 2013 si era ridotto al 27%. Nello stesso periodo, il contributo dell’Unione Europea al Valore Aggiunto globale prodotto dal settore manifatturiero è passato dal 23% al 17%.

Il declino di tale settore non è né un fenomeno esclusivamente europeo, né congiunturale alla crisi. Esso ha infatti interessato tutte le principali economie industrializzate. Tuttavia, la manifattura europea cresce meno di quella statunitense: tra il 2000 e il 2014, il Valore Aggiunto generato dalla prima è cresciuto del 20,6%, mentre quello generato dall’industria americana del 34%.

Anche la produttività del lavoro nel settore manifatturiero europeo è cresciuta meno che negli Stati Uniti. Lo stesso vale per la produzione industriale, che in Europa fatica a riprendersi dalla crisi, mentre negli Stati Uniti ha superato i valori pre-2008. Questo non vale però per tutti i settori industriali: il settore della manifattura high-tech ha risentito della crisi meno degli altri ed è cresciuto di oltre il 35% tra il 2000 e il 2015.

La perdita di rilevanza della manifattura nelle economie europee è preoccupante anche dal punto di vista dell’occupazione: nel 2000 il settore occupava il 18% della forza lavoro europea, nel 2014 solo il 14,2%. Anche il valore assoluto degli occupati nel settore è diminuito, registrando un calo di oltre il 15% tra il 2000 e il 2014.

Il settore manifatturiero, infatti, rimane centrale per la crescita, lo sviluppo e la competitività dell’Unione Europea e della sua economia: genera un turnover di oltre 7.000 miliardi di euro, conta per il 15.5% del Valore Aggiunto totale, acquista beni e servizi per oltre 5.400 miliardi di euro all’anno e occupa ancora il 14.2% della forza lavoro.

Nell’UE il 60% dei posti di lavoro nel settore dei servizi è strettamente legato alla manifattura, così come il 65% della produttività, il 74,6% delle esportazioni e il 65% degli investimenti privati in Ricerca e Sviluppo. Anche il livello di retribuzione medio pro-capite del settore è più alto del 20% rispetto all’economia complessiva.

Proprio l’applicazione delle più recenti tecnologie digitali e informatiche a processi produttivi e all’organizzazione industriale può servire da driver per il rilancio della manifattura europea. Negli ultimi anni, infatti, la digitalizzazione sta trasformando non soltanto la società e i settori produttivi più innovativi, ma anche l’industria tradizionale.

Anche il governo russo si è posto il problema di come preparare il Paese per la quarta rivoluzione industriale. Lo scopo del programma statale “Iniziativa Tecnologica Nazionale” è la creazione delle condizioni necessarie per la leadership globale nei campi tecnologici entro il 2035. Nel frattempo i giornali descrivono le numerose innovazioni tecnologiche dell’ingegneria russa e mettono in evidenza la qualità insufficiente della regolamentazione statale che impedisce un ulteriore sviluppo delle innovazioni digitali in Russia.

Sono state fatte diverse ipotesi sullo sviluppo dell’industria elettronica e, per esempio, la necessità più vicina del settore è quella per il 2017 di sostituire un milione di computer impiegati presso le strutture statali.